MAMME OLIMPIONICHE

Allison Felix Instagram

 

Allyson Felix, Lora Webster, Mandy Bujold, Skylar Diggins-Smith (e prima Fanny Blankers-Koen): essere madri ai tempi di Tokio 2020

Guardatela bene, questa foto: lei è Allyson Felix, ha battuto il record di Carl Lewis diventando la velocista con più medaglie nella storia degli Stati Uniti (sette ori, tre argenti, un bronzo) e mostra con orgoglio sul suo profilo Instagram la cicatrice del suo taglio cesareo.

Nel 2019, Felix rescisse il suo contratto con la Nike in un clima burrascoso: in un’intervista rilasciata al New York Times raccontò di essersi allenata alle 4:30 del mattino per nascondere al suo sponsor di aspettare un bambino, di aver dovuto sostenere un’immagine pubblica di donna forte e sicura nelle campagne di advertising  mentre le venivano comunicati tagli contrattuali in conseguenza della sua maternità e definì il comportamento della società come “oltremodo irrispettoso”. Alla trentaduesima settimana di gestazione, una preeclampsia la costrinse ad un cesareo d’urgenza; la sua bambina rimase per un mese in terapia intensiva.

Oggi promuove il suo nuovo modello di scarpa da corsa per la linea Saysh, creata con il nuovo sponsor Athleta, del gruppo Gap. 

Lora Webster
Grazie a questo nuovo sodalizio è stato creato il fondo di 200.000 dollari “Women’s Sports Foundation”, che ad esempio ne ha donati 10.000 a Lora Webster, atleta paraolimpica per la nazionale americana di sitting volley, che li ha usati per aiutare sua madre a trasferirsi a New York con i suoi tre figli mentre lei gareggerà, con il quarto figlio in arrivo, a Tokio.

Webster (che da bambina ha subito un’amputazione a causa di un sarcoma ed alla quale è stata praticata una la rotazione del piede a 180° per consentire l’uso dell’articolazione della caviglia come se fosse un ginocchio garantendo una maggiore efficacia della protesi), ha dichiarato che non immaginava di partecipare alle Paraolimpiadi nel mezzo di una quarta gravidanza, arrivata un po’ di sorpresa, ma che la donazione ricevuta le ha garantito la tranquillità di sapere che potrà aiutare la madre, che per stare con i nipotini perderà dieci giorni di lavoro. In un’intervista a NPR ha aggiunto: “Avere un figlio e aumentare la famiglia non dovrebbe mai essere un peso, dove bisogna scegliere tra un sogno e l’altro.” 

Mandy Bujold

A portare avanti le istanze delle mamme olimpiche c’è anche Mandy Bujold, la undici volte campionessa dei pesi mosca canadese e prima boxer della sua nazione a partecipare a due olimpiadi: “Avere un bambino dovrebbe essere considerato una benedizione, non un ostacolo. Più se ne parla, più le organizzazioni sportive iniziano ad aggiungere regolamenti che proteggono le atlete quando hanno bisogno di rimanere ferme dopo una maternità.” Nel suo caso, ci è voluta una sentenza del Tribunale Arbitrale per lo Sport di Losanna per ammetterla alle olimpiadi di Tokio dopo che la maternità prima e la pandemia poi non le avevano permesso di gareggiare e qualificarsi.

Per lei e altre mamme è arrivata purtroppo tardivamente la decisione last minute del comitato olimpico di ammettere, con le dovute precauzioni dettate dalla pandemia, che i bambini ancora allattati al seno potessero viaggiare al seguito delle loro madri-atlete. Mentre la canadese aveva a quel punto ormai smesso di allattare, la calciatrice statunitense Alex Morgan e l’arciere britannica Naomi Folkard avevano già faticosamente estratto latte a sufficienza per poter sfamare i loro piccoli durante le due settimane della loro assenza. Mentre si allenavano, ovviamente.

Skylar Diggins-Smith

La cestista della WNBA Skylar Diggins-Smith ha raccontato, sempre ai microfoni della NPR, quanto sia stato difficile per lei separarsi dal suo piccolo di due anni. Ritiene tuttavia che l’unico modo per assicurarsi che le donne e madri siano considerate nello sport è fare richieste. Dice che in passato, i contratti collettivi con la WNBA non nominavano nemmeno la maternità. Nell’ultima stipula, il sindacato delle giocatrici ha ottenuto grandi vittorie, includendo rimborsi in caso di adozioni, gravidanze surrogate e terapie per la fertilità. 

Sono stati fatti indubbiamente dei passi da gigante da quando la velocista olandese Fanny Blankers-Kohen, trentenne madre di due bambini, vinceva quattro medaglie alle Olimpiadi di Londra del 1948 e veniva (tristemente…) soprannominata “la casalinga volante”. In quell’edizione solo nove gare erano aperte alle donne. Ma da allora l’onda non si è mai infranta, acquisendo maggior vigore a ogni nuova edizione dei giochi.

Fanny Blankers-Kohen

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